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Il Campo della Sciurä
L’isola dei sabbioni eolici
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Dove si
trova: |
nei
comuni di Borgolavezzaro (NO) e di Cilavegna (PV). |
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Estensione: |
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Anno di avvio
del progetto: |
1991 |
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Proprietà: |
Burchvif,
Comune di Borgolavezzaro, privata |
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Tipo di
tutela: |
Piano Regolatore Generale del Comune di Borgolavezzaro; Oasi di
protezione ai sensi della L. R. Piemonte 4 settembre 1996, n. 70. |
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Come
arrivarci: |
si esca
da Borgolavezzaro in direzione di Cilavegna. Dopo un
paio di chilometri l’area, che confina con la provinciale che si sta
percorrendo, sarà facilmente visibile a destra. Sarà anche possibile lasciare
l’auto all’ingresso che è riconoscibile per la presenza di un tabellone
didascalico in legno. |

Il paesaggio agrario che oggi leggiamo è il risultato di quella
secolare opera di bonifica che ebbe inizio fin dal Rinascimento.
La coltura risicola nel Novarese, nel Vercellese ed in Lomellina
costituisce oggi l’elemento paesaggistico dominante sebbene esista una quota di
fertile terreno agrario lasciato ad altre colture cerealicole ed alla
pioppicoltura industriale.
Un elemento del
paesaggio che, invece, è praticamente scomparso dalla pianura irrigua per
lasciare spazio alla risaia è il bosco.
Eppure come cita lo storico novarese Dorino Tuniz:
“Non dimentichiamo che ancora agli inizi
del XVIII secolo la stessa Novara era circondata da una grande striscia
boschiva che si estendeva ad occidente della città lungo il torrente Agogna.
Ampie
zone boscose ricoprivano l’area tra Agognate, Casalgiate,
Mosezzo, San Pietro, Gionzana
e Ponzana. Una grande macchia boschiva si estendeva
poi tra Garbagna, Nibbiola
e Vespolate, lungo il corso dell’Agogna, come le stesse antiche carte ricordano
con molti toponimi la presenza di zone a bosco, di guadi, di strisce sabbiose e
ghiaieti”

I “sabbioni” o “dossi” sono episodi geologici sopravvissuti,
testimonianze di lontane ere geologiche che, al pari di specie rare o rarefatte
che vanno scomparendo, meritano di essere tutelati.
Questa è stata la filosofia alla base dell’impegno
dell’associazione quando si apprestò nel
E’ importante puntualizzare l’esclusività di queste formazioni
geologiche, sopraelevate rispetto ai terreni circostanti, che testimoniano
l’azione di modellamento impartito dalla fiumana fluvio-glaciale del
Pleistocene e dall’azione esercitata dal vento almeno fino in epoca romana se
non oltre.
Il toponimo “Sciura”,
corrispondente all’italiano “Signora”, ha origini antiche e, seppur in modo
non sempre identico, compare in diversi documenti fin dal secolo XII.
In una pergamena del
E’ possibile affermare che tale località coincide con quella
attuale in quanto i terreni del prevosto di Cilavegna
confinavano, come si legge nel documento, con le località denominate Budrium Cembelline, Peregallo
e Via de Cilavegna che sono vicine al Campo della Signora.
E’ difficile stabilire se il termine seniores possa significare “signori” (padroni) o “Signore”,in senso sacro,
indicando quindi terreni appartenenti alla Chiesa.
Anche nelle Consignationes
del 1347 compare una citazione del toponimo quando il Presbieter Antonio de Bolexano, rector
et benefitialis Sanctorum Petri e Bartholomei di Borgolavezzaro
elenca le terre in suo possesso descrivendole: petiam terre arabilis ubi
dicitur ad Vallem de
Signore.
Nei secoli successivi il toponimo si è trasformato da Vallem de Signore (val dal sciur)
in Sciura ed è stato tradotto e
indicato in catasti successivi con il nome Signora
Nel Quinternetto de’ Beni Civili di Borgolavezzaro del 1600, conservato nell’
Archivio di Stato di Novara, compare il toponimo alla Signora, ossia in via
di Gravellona e ancora alla Signora, poco distante dalla strada di
Gravellona.
Il toponimo è tuttora vivo ed in uso ed è stato conservato da
Burchvif per individuare quest’Isola di
Natura nella convinzione che anche questo sia un modo per conservare il
legame con le nostre radici.

L’area, in parte incolta da anni, è testimonianza via via più rara di queste particolari
formazioni geologiche. Pressoché tutti i terreni limitrofi con analoghe
caratteristiche sono stati rapidamente trasformati rendendoli irrigabili e
stravolgendone quindi le peculiarità, attraverso l’asportazione delle sabbie
che li costituivano.
Il terreno sul quale si è intervenuti ha oggi l’estensione di
circa tre ettari e possiede molte delle caratteristiche dei sabbioni che lo
rendono prezioso.
I primi interventi di recupero ambientale hanno seguito un ben
preciso programma e si sono sviluppati secondo un progetto originatosi, in
parte, dalle osservazioni delle vegetazioni che si era sviluppata in zona in
assenza del disturbo antropico ed, in parte, dai rilievi quantitativi e
qualitativi compiuti su dossi ben conservati nei vicini comuni lomellini di Cergnago, San
Giorgio e Cilavegna.
I terreni sono stati acquisiti all’iniziativa nei più diversi
modi: uno è stato donato all’associazione, un altro è il frutto di un comodato,
altri sono stati presi in affitto, altri ancora sono oggetto di una convenzione
con il Comune di Borgolavezzaro; la parte più consistente è stata acquistata
grazie anche al prezioso contributo della Fondazione della Comunità del
Novarese che ha finanziato la metà di un importante acquisto.
La vegetazione che ricopriva l’area era sostanzialmente
riconducibile, in origine, a tre diverse tipologie: il robinieto
(Robinia pseudoacacia), il pioppeto
industriale (in parte abbandonato e non più oggetto delle consuete cure
agronomiche), la zona umida.
Vi era, e vi è, poi, anche un bel tiglieto
(Tilia platiphillos),
a sesto d’impianto regolare, che mostra, quindi, tutta la sua artificialità,
costituito da una sessantina di individui. Circa la metà degli esemplari è stata a poco a poco diradata fino ad ottenere
l’attuale consistenza che è di una trentina di esemplari dell’età
approssimativa di trent’anni.
Il lavoro di diradamento ha consentito sia di dare maggior spazio
vitale ad ogni singola pianta e sia di ridurre, almeno parzialmente,
“l’artificialità” dell’impianto.

Così come sotto le robinie anche tra il pioppeto incolto, mancando
da parecchi anni le attenzioni colturali, si erano sviluppate piante spontanee
di preciso significato ecologico: in aderenza alla potenzialità della
vegetazione crescevano piantine di Farnia (Quercus
robur), di Biancospino (Crataegus monogyna), di Nocciolo (Corylus avellana), di Prugnolo (Prunus spinosa),
di Berretta da prete (Euonimus europaeus),
di Ligustro (Ligustrum vulgare), di
Felce aquilina (Pteridium aquilinum)ed una
notevole quantità di Rovo (Rubus sp.).
Ciò dimostrava
che, in assenza della infestante Robinia, il querceto a Farnia avrebbe
colonizzato spontaneamente questi terreni.
Sulla scorta,
quindi, di queste osservazioni e dopo esserci consigliati, come spesso è
accaduto e accade, con l’illustre botanico prof. Francesco Corbetta, ci si è
posti, per la parte più rilevata ed asciutta, l’obiettivo finale della
ricostruzione del querceto puro a farnia.
In ogni intervento si è sempre cercato di scompaginare il
meno possibile il terreno conservando lo strato protetto dalla cotica erbosa
che si era venuta formando negli anni di riposo; talora si è consentita la
crescita, dalle vecchie ceppaie, dei polloni di pioppo più vigorosi (l’azione
di copertura esercitata dalla loro chioma si è dimostrata preziosa, infatti, in
una fase iniziale e transitoria); si sono messe a dimora ghiande e piante di
Farnia, piantine di Biancospino e Nocciolo, di Ligustro, di Berretta da prete e
di Caprifoglio.
In queste operazioni si sono rispettate densità e proporzioni di
un lembo di querceto su sabbione che si trova, ben conservato, nei pressi di Cergnago (PV) che è stato il modello di riferimento.
Per la parte relativa al robinieto si
sono liberate dai competitori (robinie, appunto, e rovi; talora dai sambuchi)
le piccole piante di Farnia e Biancospino già presenti qua e là nel sottobosco.
Altrettanto dicasi per Biancospini, Noccioli, Prugnoli e
Sambuchi adulti (alcuni di questi esemplari di ragguardevoli dimensioni).
Poi, si sono create piccole radure con lo sfoltimento delle
robinie adulte e lo sradicamento delle ceppaie: alcune di queste radure sono
rimaste tali mentre in altre sono state messe a dimore le
già citate essenze.
Si sono anche aperte stradine di servizio che oltre a consentire
il passaggio dei mezzi
costituiscono la trama dei sentieri usata per le visite dalle
scolaresche, dai gruppi organizzati e dai singoli fruitori.
Un bel tabellone didascalico in legno, collocato all’ingresso, ha
lo scopo di illustrare ai visitatori cosa si sta realizzando in questo luogo.
La parte più bassa, che negli anni passati era stata utilizzata
come cava di prestito per l’estrazione di sabbia, era stata in seguito
utilizzata come discarica comunale per inerti. Ciò aveva comportato il
successivo parziale riempimento.
Fortunatamente il deposito di questi materiali non ha coinvolto
tutta l’estensione. Ciò ha consentito l’instaurarsi di una vegetazione igrofila
(perché più a contato con la falda superficiale) in una vasta area dov’era
rimasta una depressione e l’affermarsi di vegetazione pioniera, con la presenza
di specie quali
Sulla sommità della scarpata che delimita l’area umida verso il Cavo Plezza è da
citare la presenza di annosi pioppi euroamericani; essi sono ciò che resta di
un vecchio impianto in seguito abbandonato ed acquisito all’iniziativa
attraverso regolare atto di compravendita.
Gli obiettivi di recupero ambientale dell’area si sono articolati essenzialmente
sull’utilizzo degli elementi naturali presenti.
Il più importante di essi è la presenza di una falda permanente
abbastanza superficiale, caratteristica costante in questo lembo di pianura
novarese, che ha avvalorato la vocazione dell’area ad ospitare uno specchio di
acque sorgive dotato di relativo cavo scolmatore, realizzato in trincea, posto
all’estremità meridionale dello stagno con lo scopo di assicurare il deflusso
delle acque che scaturiscono dalla falda.

La scelta di realizzare un’isola
di natura al
“Campo della Signora” risponde ad una motivazione assolutamente logica se
consideriamo che normalmente si dovrebbero istituire oasi o zone protette là
dove esistono aree naturali con specie faunistiche o floristiche da
salvaguardare.
Tale scelta trova qui anche una sottolineatura perché quest’area è
inserita in un vasto territorio estremamente povero di risorse naturali, su
terreni costituiti da formazioni geologiche in via di scomparsa, a stretto
contatto con il cavo Plezza, il più importante fontanile della Bassa Novarese e
della confinante Lomellina.
Ci troviamo in un’area che conserva ancora piccoli, relitti
popolamenti di specie vegetali significative e caratteristiche come Coryneforus canescens.
I criteri progettuali applicati sono stati quelli canonici
dell’Architettura del Paesaggio: movimenti terra e successivi modellamenti
delle superfici, progettazione del verde accelerando l’evoluzione naturale di
sostituzione della vegetazione più povera ed in molti casi infestante, con una
più ricca e vicina alla fase climax caratteristica della zona.
Un grosso investimento iniziale è stato impiegato esclusivamente
per i movimenti terra che sono stati preliminari rispetto alle altre fasi di
attuazione del progetto come percorsi, piantumazioni e didascalizzazione.
Il nucleo centrale del progetto è stato rappresentato dall’area
destinata alla costruzione dello stagno.
E’ stato sbancato il terreno della parte di area sortumosa che era ricoperta da una fitta vegetazione
igrofila come Cannuccia di palude e Tifa fino a raggiungere l’affiorante falda
e garantire un livello minimo medio di acqua intorno al metro.
La terra derivante da questi sbancamenti è stata riportata
all’esterno dello stagno ed è stata utilizzata per rimodellare le rive in modo naturaliforme con diverse pendenze ed anse e per la
realizzazione di un punto rilevato e leggermente avanzato nello stagno con le
funzioni di punto panoramico.
Una piccola parte delle rive è stata sistemata in modo da creare
tratti di parete scoscesi e privi di vegetazione allo scopo di favorire la
nidificazione di due specie rare e dai colori spettacolari: il Martin pescatore
(Alcedo atthis) ed il
Gruccione (Merops apiaster)
che, in pareti sabbiose e verticali come queste, scavano abitualmente i loro
cunicoli al termine dei quali si trovano le camere di covata.
Entrambe le specie hanno risposto all’appello: il Martin pescatore
nidifica ormai da alcuni anni; coppie di Gruccione sono state osservate passare
e ripassare in volo sul laghetto. Non rimane che restare in attesa di
favorevoli sviluppi.
Contemporaneamente allo scavo dello stagno si è provveduto alla
realizzazione di un canale scolmatore della lunghezza di una ventina di metri,
impiegando le tecniche costruttive derivate dall’ingegneria naturalistica al
fine di minimizzare l’impatto causato dagli scavi e consolidare le ripide
scarpate che si sono andate formando.
Questo collegamento del nostro laghetto con il Cavo Plezza ha
fornito il destro a diverse specie di organismi acquatici per risalire la lieve
corrente ed insediarvisi.
Tra Lucci , Cavedani, Tinche, Scardole…sono presenti anche rarità come
Per l’attraversamento di questo piccolo canale si è fatto
ricorso alla costruzione di un ponticello in legno di semplice fattura.

Quando nella
Bassa Novarese si parla di sciura-sciurot ci si riferisce a certi leggiadri insetti
che, soprattutto fino a qualche decennio fa, ingentilivano campagne e paesi,
campi coltivati e cortili.
Per chi non fosse avvezzo ai termini dialettali, la sciura-sciurota
in questione è, come si diceva, un meraviglioso insetto, purtroppo assai meno
frequente di un tempo, la libellula.
Nelle attività tradizionali, le libellule o, scientificamente, gli
Odonati, sono sempre stati presenti, in quanto hanno
accompagnato da sempre la vita di uomini e donne nel pesante lavoro dei campi o
nelle faccende domestiche di cortili ed orti.
Soprattutto nelle risaie le coloratissime libellule erano numerose
ed accompagnavano la fatica delle mondine.
Le risaie erano essenziali per entrambe perché rappresentavano il
territorio e la fonte di cibo per le prime ed il campo di lavoro e quindi una
fonte di reddito, per
le seconde.
Chi, tra i nati prima degli anni sessanta, non ricorda che bastava
alzare un dito al cielo perché vi si posasse una di queste leggiadre
“signorine”, oppure che alcune persone, sia ragazzi che adulti, gradivano il
particolare sapore dei loro muscoli del volo ?
Già…le libellule venivano anche mangiate! Venivano loro
crudelmente strappate le ali, alle quali restavano attaccati i potenti muscoli
alari e, forse
per la somiglianza nella forma o, forse anche per il gusto, venivano apprezzate
come bocconcini di “tonno”.
Nascoste dietro una bellezza da togliere il fiato, le libellule
sono predatori eccezionali, veloci, leggiadri e crudeli nei colori cangianti
del corpo e nel cristallo delle ali.

Nelle zone
interessate da colture intensive il problema della conservazione degli Odonati è da ritenere di importanza vitale. Infatti,
l’intensificazione dei coltivi, con perdita della biodiversità vegetale e
l’impiego di biocidi, influiscono in maniera negativa sulla loro presenza.
Tuttavia anche
in questi ambienti così sfruttati dall’uomo è possibile salvaguardarne la
presenza.
Anche per questo motivo Burchvif ha
promosso, nel corso dell’estate del 2003, uno studio sulla presenza degli Odonati
nell’area del Campo della Signora.
La zona in questione si pone,
infatti, come interessante “Isola di
Natura” tra i campi coltivati e la presenza di numerose tipologie
ambientali e la ricchezza del corredo vegetazionale all’interno della seppur limitata
area possono ospitare differenti specie di libellule.
Infatti la vegetazione svolge un ruolo determinante per la presenza di
questi insetti in quanto è condizione necessaria per il compimento del loro
intero ciclo vitale.
La vegetazione, emergente e sommersa, è un importante fattore che
regola la selezione dell’habitat e l’ovideposizione
di molte specie di Odonati. Essa assolve, oltre che
alle necessità di fornire supporti adatti per lo sviluppo larvale e lo
sfarfallamento, anche
alle necessità legate alla sosta ed alla difesa del territorio, alla
deposizione delle uova, ed anche a
funzioni di valutazione più difficile che includono la possibilità di riparo
per gli adulti in periodi con situazione meteorica avversa e durante attività
diurna e/o riposo notturno e la delimitazione visiva del territorio.
Per lo svolgimento
di tutte le funzioni vitali degli Odonati il corpo
idrico deve essere sufficientemente vario a livello ambientale ed in
particolare deve includere un’area esterna con alberi e arbusti
relativamente distante dalle sponde, una zona di transizione
comprendente erbe alte e, infine, una fascia ripariale di vegetazione acquatica
emergente.
La zona più distante dal corpo
idrico, con vegetazione fitta di alberi e arbusti, è di fondamentale importanza
come riparo notturno e durante i momenti di condizioni meteoriche avverse.
La zona di transizione, con erbe
alte, serve per lo stazionamento ed il riposo nel periodo dei conflitti
territoriali e soprattutto per la caccia.
La vegetazione ripariale offre,
infine, i supporti necessari alla maggior parte delle altre attività svolte
dagli adulti.
Come si può notare dalla precedente
descrizione, la tipologia di sito adatto alla presenza di un buon popolamento odonatologico corrisponde con una buona approssimazione
alle caratteristiche del Campo della Signora.
La varietà degli ambienti presenti è
data dal corpo idrico centrale con acque sia stagnanti sia, vicino
all’immissione nel cavo Plezza, leggermente mosse. La zona di transizione tra
area umida e dintorni è caratterizzata da erbe alte, periodicamente sfalciate, e da arbusti di altezze diverse fino ad
arrivare, al confine della proprietà, ad un pioppeto razionale e ad una cintura
di alberi con vegetazione arbustiva molto fitta.
In questo ambiente così vario, anche
se relativamente giovane, sono state censite 16 specie, di cui 6 appartenenti
al sottordine degli Zigotteri e
Per un’area di estensione
relativamente limitata come quella presa in considerazione è da segnalare la
presenza di un numero discreto di specie.
E’ da rilevare inoltre il ruolo di
“isola” svolto dalla zona in questione che si ritrova immersa in una matrice di
monocolture estremamente povere in termini di biodiversità.
Di seguito vengono ora elencate le
sedici specie censite:
ZIGOTTERI
·
Calopteryx splendens ·
Coenagrion puella ·
Ischnura elegans ·
Lestes sponsa ·
Platycnemis pennipes ·
Sympecma fusca |
ANISOTTERI ·
Aeshna cyanea ·
Aeshna mixta ·
Anax imperator ·
Cordulegaster boltonii ·
Crocothemis erythraea ·
Orthetrum albistylum ·
Orthetrum cancellatum ·
Sympetrum fonscolombei ·
Sympetrum pedemontanum ·
Somatochlora metallica |
Le libellule sono voraci carnivori in tutti gli stadi della loro vita
che si nutrono esclusivamente di prede vive. La larva, infatti, rilevata la
presenza della preda attraverso la vista e l’uso di organi chiamati
meccanorecettori, la cattura grazie alla presenza di un labbro prensile
chiamato maschera, che può essere velocemente
protruso verso il bersaglio.
Gli adulti
individuano la preda (di solito piccoli insetti volanti) principalmente
attraverso la vista, molto sviluppata, e la cattura viene facilitata dalla
destrezza nel volo e dalla disposizione delle zampe, già rivolte in avanti.
Normalmente i maschi maturi si raggruppano vicino all’acqua, dove
avvengono copula e ovideposizione. Essi spesso
competono tra di loro per difendere il territorio all’interno del sito, che
viene frequentemente visitato dalle femmine mature per l’accoppiamento e la
deposizione delle uova.
Spesso il maschio dopo la copula sorveglia la femmina in
deposizione, visto che le lotte per l’accoppiamento sono frequenti e che spesso
un maschio “ruba” la femmina all’altro rimuovendo lo sperma del rivale e
fecondandola con il suo. Questo comportamento da “sentinella” avviene in vari
modi, scortando la femmina in deposizione, sia restandole attaccato, sia
volandole in fianco e scacciando tutti i possibili competitori che le si avvicinano.
A seconda delle specie e delle circostanze dell’ambiente le uova
possono essere deposte nella vegetazione, su di un substrato, in acqua oppure
sul terreno.
Il primo stadio, dopo quello di uovo,
viene detto prolarva,
ancora non in grado né di nutrirsi né di camminare, specializzata per viaggiare
(saltando) tra il sito di nascita e il micro-habitat che la ospiterà.
Il secondo stadio è quello in cui per la prima volta avviene la
nutrizione e la normale locomozione.
Il numero totale di stadi, che variano di molto da specie a
specie, va di solito da
Durante l’ultimo, i tessuti all’interno della cuticola larvale
cambiano trasformandosi in quelli dell’adulto, e questo processo, che dura giorni o settimane,
è chiamato metamorfosi.
Quando questa
viene completata, se le circostanze lo permettono, la larva lascia l’acqua e
porta a termine l’ultima muta, divenendo adulto alato.
Quando esso vola via, la vecchia spoglia larvale, o esuvia, rimane
per qualche tempo ancora aggrappata al supporto da cui la libellula si è appena
involata.
La libellula adulta passa quindi qualche giorno, a volte
settimane, lontano dall’acqua, e nel frattempo diventa sessualmente matura.
La fine del periodo preriproduttivo
avviene quando l’adulto, che ha ormai acquisito i colori tipici della maturità
sessuale, arriva al corpo idrico ed esibisce comportamento riproduttivo.
Durante questo periodo, che può durare settimane o mesi, gli
adulti di entrambi i sessi passano il tempo tra foraggiamento e riproduzione.
Per il maschio l’attività sessuale consiste soprattutto nel
localizzare un territorio, farlo proprio e difenderlo dall’attacco dei
concorrenti, in modo tale da avere un sito di deposizione da offrire alla
femmina per la posa delle uova.
Per
quest’ultima, il comportamento riproduttivo consiste nello scegliere un
partner, copulare e selezionare un sito adatto alla deposizione.
La creazione e
la conservazione di ambienti naturali sono gli obiettivi che Burchvif persegue da
sempre attraverso le Isole di Natura.
Uno dei meriti di queste realizzazioni è quello di operare in
difesa della diversità biologica nei suoi molteplici aspetti tra cui la
conservazione e l’incremento del numero di specie vegetali e animali presenti
sul territorio.
Detto incremento può avvenire in modo del tutto naturale: gli
animali possono arrivarci semplicemente volando, camminando, strisciando o
nuotando.
Altre volte, invece, specie ridotte a popolazioni puntiformi e
divenute ormai “invisibili” per diverse cause (distruzione degli habitat,
modifica delle tecniche colturali in agricoltura, inquinamento…) possono
sperare di fare ritorno in un numero soddisfacente alle terre che appartennero
ai loro antenati solo attraverso il ricorso ad uno specifico progetto di
conservazione.
E’ questo il caso del progetto che ha preso l’avvio nell’inverno
del 2000 e si è sviluppato, poi, nel corso degli anni successivi.
Si è trattato in una prima fase di accertare la presenza e poi di
favorire il consolidamento delle popolazioni di due specie di “rane rosse” e
precisamente della Rana agile (Rana dalmatina), della Rana di Lataste
(Rana latastei)
e del rospetto Pelobate fosco (Pelobates fuscus insubricus).

Tutto è cominciato nell’inverno del 2000 quando fu realizzato il
primo stagno per anfibi che fu scavato, fino alla profondità sufficiente per
intercettare la falda e garantire costantemente circa 40/60 cm. di acqua, nelle immediate
vicinanze del laghetto ma perfettamente inserito in un saliceto (S. alba, S. caprea)
presente da anni e dotato di un buon strato umico. Si trattò quindi di
verificare, dal marzo del 2001, la presenza di ovature
appartenenti alle specie in questione che alcune sporadiche ma attendibili
segnalazioni davano per presenti nell’area. Ciò che si era ipotizzato trovò,
almeno in parte, conferma già dal primo anno: furono infatti
contate, ai primi di marzo del 2001, sette ovature di
Rana agile.
La schiusa delle uova avvenne regolarmente e senza perdite
evidenti (si temeva, infatti, la predazione da parte
di anatidi ed ardeidi) e,
dalla fine del mese di aprile, primi di maggio, le piccole rane, completata la
metamorfosi, iniziarono a disperdersi nell’area circostante la pozza in cui si
erano sviluppate.
Nel successivo mese di settembre, poi, quasi a voler dimostrare
che tutto stava procedendo per il meglio, fu possibile osservarne alcune, nel
sottobosco dell’oasi, a diverse centinaia di metri da dove erano nate.
Per verificare con certezza la presenza della Rana di Lataste e del Pelobate fosco sarà necessario attendere ancora anche se due ovature
osservate nel 2004 potrebbero forse essere attribuite a Rana latastei ed adulti di Pelobate sono
stati segnalati negli orti del vicino paese di Cilavegna
a circa un chilometro di distanza dal Campo della Signora.
Nel frattempo, nel marzo del 2006 è stato realizzata una nuova
pozza che possiede gli stessi requisiti di quella già esistente essendo in
grado di garantire sia la presenza di acqua di falda già in febbraio, marzo (che sono i mesi in
cui inizia il periodo riproduttivo) e sia l’assenza di pesci, potenziali
predatori delle larve degli anfibi che ci interessano.

Dal punto di vista geomorfologico tutta
L’evoluzione della Pianura Padana è legata alla successione di
fenomeni di deposito ed erosione del terreno, conseguenti all’attività fluvio glaciale, che ha portato alla formazione della
stessa attraverso il colmamento di un preesistente
“golfo marino” che si estendeva dall’attuale mare Adriatico fino ad oltre la
città di Torino.
Dal punto di vista geomorfologico la superficie terrazzata al
centro della porzione occidentale della provincia di Pavia (comprendente la
zona della Signora), appartiene al contesto definito come “piana diluviale
recente” (Stella A., 1895) o “Livello Fondamentale della Pianura” (Petrucci F., Tagliavini S.,
1969).
Geologicamente si distinguono due tipi di sedimento:
-
alluvioni
antiche; i depositi del
periodo glaciale Riss emergono dalla Pianura
Lomellina, nella quale ricomprendiamo anche la nostra area dei “sabbioni”, a
testimoniare un antico ed esteso terrazzo: si tratta dei cosiddetti “dossi”,
banchi sabbiosi a granulometria relativamente fine;
-
alluvioni
del Livello Fondamentale della Pianura; determinatesi nell’ultima fase di ampio colmamento
fluviale del Pleistocene recente (Wurm).
Schematicamente
il territorio “Lomellina” è costituito da depositi alluvionali composti da
ghiaia e ciottoli derivati dal Pleistocene recente a cui si alternano zone
caratterizzate da sabbie e limi del periodo fluviale Wurm,
particolarmente sabbiosi risultano i terreni che
fiancheggiano il Ticino e, per strette fasce, i torrenti Agogna e Terdoppio.
Riguardo all’origine dei “sabbioni”, ci sono due tendenze di
pensiero principali; la prima li considera di origine eolica, la seconda di
origine alluvionale.
Nell’ambito della stessa Lomellina diversa è la rappresentazione
grafica del fenomeno da parte dei vari Autori.
Alla fine del Diluvium
(Pleistocene) le fiumane depositarono in corrispondenza della zona fra Mortara,
Cergnago, San Giorgio, Tromello,
Gambolò ed altrove, sabbie fini mescolate a ciotoli.

Nel periodo di transizione fra questa idrografia e quella
alluvionale (Olocene) i fiumi formarono banchi di sabbia più o meno fine e più
o meno mista a ciotoli e si crearono degli argini
naturali.
Poi cominciarono le opere di erosione e di terrazzamento. Là dove
le sabbie depositate erano più fini e formavano plaghe più vaste, s’iniziò,
forse dopo un certo tempo, il rimaneggiamento eolico.
Le polveri e le sabbie minute e leggere, se presenti, furono
trasportate più lontano. Quelle di grana media furono separate dai ciotoli, accumulate e modellate in dune in un lento
processo, continuatosi per periodi lunghissimi.
Dove invece le sabbie costituivano soltanto dei banchi o dei
cordoni, l’azione eolica, se si verificò, fu certamente minore e ben presto
cessò per la protezione della vegetazione tutt’attorno. Il rimaneggiamento
eolico, che non sembrerebbe presupporre condizioni climatiche nettamente
diverse dalle attuali, è continuato perlomeno fino all’epoca romana e forse
fino alle successive opere di bonifica idraulica ed agraria.
Le opinioni dei
vari Autori non sono concordi sull’origine dei “dossi” o “sabbioni”, in
particolare secondo Boni A. (1947), sembra che essi
non abbiano necessariamente un’origine comune ma che ci siano “dossi “ di
origine fluviale, come già ammesso da Nicolis E.
(1898), avvenuta all’epoca di transizione dall’idrografia diluviale a quella
alluviale e “dossi” di origine dovuta al rimaneggiamento eolico (come
sostengono Stella A., 1895 e Taramelli T. 1898)
avvenuta nel Diluvium recente.
Più recentemente gli autori Braga G. e Ragni U. (1969),
nelle “Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia”, considerano i “dossi”
della zona Foglio 58 – Mortara, come alluvioni fluviali prevalentemente
sabbiose o limose con debole strato di alterazione brunastro.
Nel caso specifico il sabbione del Campo della Sciura fa parte di
un antico terrazzo ondulato, molto esteso, prevalentemente sabbioso, alterato per
circa
Pertanto, in base ai dati ricavati dalla letteratura il “sabbione”
in esame sarebbe da ritenersi di origine fluviale e di età geologica riferita
al Pleistocene medio (fluviale Riss) mentre la
pianura circostante ai “sabbioni” stessi sarebbe riferibile al Pleistocene
recente (fluviale Wurm).
Tutti i 1°
gennaio si festeggia in quest’oasi l’inizio dell’anno con un falò e un brindisi
augurale a cui soci ed amici partecipano sfidando il tempo ed il freddo che
caratterizza il periodo ormai da molti anni.


1° gennaio 2010 – soci ed amici attorno
al falò
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