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Agogna Morta
L’isola degli alberi e degli arbusti
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Dove si
trova: |
nei
comuni di Borgolavezzaro (NO) e di Nicorvo (PV). |
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Estensione: |
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Anno di avvio
del progetto: |
1991 |
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Proprietà: |
Federazione
Nazionale Pro Natura, Burchvif, privata |
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Tipo di tutela: |
Piano Regolatore Generale del Comune di Borgolavezzaro; Oasi di protezione ai sensi della L. R. del Piemonte 4 settembre
1996, n. 70; Fondo Chiuso ai sensi della L. R. della Lombardia 16/08/1993, n.
26; Sito di Importanza Comunitaria IT1150005. |
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Come
arrivarci: |
L’Agogna Morta si raggiunge imboccando
la stradina sterrata che, poco fuori dall’abitato di Nicorvo,
si diparte, a sinistra, dalla strada provinciale Nicorvo
(PV) - Borgolavezzaro (NO). Seguendo la strada sterrata si superi il
vecchio mulino con annesse ruote a pale, frutteto ed animali da cortile e
s’imbocchi, all’unico bivio, dopo 3/400 metri, la sinistra seguendo l’argine
di una lanchetta seminterrata,
per giungere, dopo qualche ulteriore centinaio di metri, davanti all’ingresso
del “Laboratorio”. |

Le aree umide sono zone, porzioni di territorio, in cui l’acqua
gioca un ruolo fondamentale sia ai fini paesaggistici sia come fattore di vita.
L’acqua è elemento tanto importante in relazione alla vita per cui
si può affermare che quanto più una terra è ricca d’acqua tanto più ospita
intensità di vita naturale.
Anche l’antico pregiudizio che considerava le acque ferme e
stagnanti come luogo malsano ed in contrasto con un’economia produttiva è stato
ampiamente superato ed anzi norme specifiche a tutela di questi ambienti sono
state assunte a livello europeo e nazionale.
Le zone umide rivestono un ruolo importante per la loro valenza
ecologica, per l’azione di contenimento delle piene e di ravvenamento delle
falde acquifere, per la loro capacità di fitodepurazione
delle acque, per la loro produttività ittica.
Non va poi dimenticato il ruolo paesaggistico: il fascino che
emana dai loro ambienti instabili, dai canneti fruscianti, dagli specchi
d’acqua immobili, dalla gran quantità di vita animale che vi è ospitata.
Un mondo solitario e selvaggio che merita di essere conservato, custodito
con ogni possibile cura e goduto: un mondo che sa assumere aspetti fantastici
magari con la complicità di un sole fioco destinato a perdere la sua battaglia
con la nebbia di marzo.
Il torrente Agogna nasce dalle pendici dell’Alpe della Volpe, nel
Comune di Armeno, in provincia di Novara, ad una quota di
Scorre nel territorio della provincia di Novara per circa
Nel percorrere il tratto lombardo, attraverso
Cede parte delle sue acque alle numerose derivazioni ad uso
irriguo insistenti lungo il suo corso.
Le opere realizzate per tali derivazioni, costituite da
sbarramenti e diramatori di captazione, costituiscono
una caratteristica ricorrente nel tratto da Novara alla foce che vanno ad
alterare l’originario assetto idraulico dell’alveo e lo suddividono in tronchi.
Una delle conseguenze di tale situazione è quella di veder
sostituita alla naturale successione degli habitat
una serie di tratti in cui ad una zona di acque veloci subito a valle degli
sbarramenti fa seguito, fino allo sbarramento successivo, una zona di acque
progressivamente più lente e calme.
Questo stato di cose determina la composizione dei substrati che,
prevalentemente sabbiosi, si arricchiscono via via di
componenti sempre più fini all’approssimarsi degli sbarramenti.
Le rive in questi tratti sono generalmente ripide e spesso
ricoperte anche da rigogliosa vegetazione autoctona come i saliceti a Salici
bianchi.
L’alveo presenta fondali con scarsa o nulla vegetazione sommersa e la qualità
biologica dell’acqua manifesta evidenti gli effetti dell’inquinamento legato
alla presenza di scarichi di varia natura presenti lungo il suo percorso con
particolare riferimento al capoluogo novarese, agli scarichi di tipo
industriale provenienti dall’alta provincia ed agli scarichi legati alle
colture agricole.

Fiumi e torrenti, scorrendo verso la foce, modificano costantemente
la fisionomia del proprio alveo.
Ciò è determinato prevalentemente dall’azione erosiva esercitata
dall’acqua. Essa, infatti, acquistando maggior velocità nel percorrere il lato
più lungo di un’ansa, ne erode e dilava l’argine, depositando contemporaneamente
i detriti che trascina con sé sul lato più breve ed opposto.
Questa azione, prolungata nel tempo, conferisce all’ansa la forma
di un ferro di cavallo che racchiude una penisoletta.
Le acque poi, magari in seguito ad una piena, divelto il collo dell’ansa,
riprendono un cammino diretto e la penisoletta si
trova trasformata in isola.
Talora, e questa volta in modo molto più rapido, ad intervenire è
l’uomo che raddrizza l’alveo nei punti più critici per consentire all’acqua
migliore deflusso e proteggere raccolti ed insediamenti abitativi dalle piene.
Nell’uno e nell’altro caso, il vecchio alveo abbandonato, che
prende il nome di lama o lanca o morto, non scompare
rapidamente: per parecchi tempo albergherà acque ferme mentre i depositi del
torrente ne chiuderanno rapidamente gli imbocchi.
L’evoluzione successiva sarà la trasformazione in stagno ed, in
seguito, in acquitrino cui seguirà il lento interramento.
Questo ambiente di passaggio, in continua trasformazione, possiede
grande interesse naturalistico.
Quasi mai l’uomo lascia che questa trasformazione avvenga
naturalmente ma, molto presto, interviene per stabilire sul vecchio alveo le
proprie colture.
Il meandro che piano piano si cancella
lascia, quasi sempre, le vestigia della sua precedente esistenza: un accentuato
avvallamento, un canale, un fossato.
Le tracce possono anche resistere per secoli: strade ricurve che
percorrevano il perimetro del meandro quando era vivo; tratti di confini
amministrativi fissati a suo tempo sulla mezzeria del corso d’acqua che si
trovano oggi, stranamente tortuosi, a qualche decina o centinaia di metri
dall’attuale corso attivo.
Queste tracce si fanno più evidenti soprattutto da un punto di
osservazione sufficientemente alto come da un piccolo aeroplano: mentre la
campagna circostante è suddivisa in quadrilateri più o meno regolari, nell’area
prospiciente i corsi d’acqua dominano le linee curve.
I decisi ed assidui interventi dell’uomo, che ha costruito solide
arginature non consentono più ormai che instabili alvei divaghino sulle proprie
alluvioni e si presentino, magari, con l’ingombro di qualche isolotto boscato a salici ed ontani.
Fiumi e torrenti, sempre più raramente, si ritorcono in ripetuti e
tipici meandri la cui ampiezza è proporzionata alla potenza dei singoli corsi
d’acqua.
Anche per quanto riguarda l’Agogna, l’uomo ha preso solido
possesso dei piani di divagazione che ha ridotto a coltura quasi totalmente e
oramai rimangono solo alcune tracce delle antiche fantasie del torrente e degli
antichi meandri.
Va da sé, quindi, che acquisti notevole importanza la
testimonianza di lanche che non hanno ancora subito
il destino sopra citato ed anzi si trovano, sufficientemente integre, in quella
fase in cui, abbandonato il corso attivo e lasciate a se stesse, si stanno
lentamente trasformando, soprattutto ad opera di flora specializzata in luoghi
di particolare interesse naturalistico.
E’ questo il caso dell’Agogna Morta.
La lanca, nata da una leggera curva (fig.1), per il
processo erosivo sulla sponda concava e di deposito alluvionale su quella
opposta, assume forma a ferro di cavallo che racchiude una penisoletta
(fig.2).
In seguito l’acqua, in occasione di una piena, divelto lo stretto collo
dell’ansa (fig.3),
riprende un cammino diretto. Nel vecchio alveo abbandonato albergheranno acque
morte mentre i depositi del fiume ne ostruiranno lentamente gli imbocchi (fig.4).

L’Agogna Morta, o, meglio, “Il Laboratorio di Ecologia all’aperto
Agogna Morta”, è un’area la cui superficie si estende per circa dieci ettari
all’interno ed a cornice di un meandro, non più attivo, del torrente Agogna tra
le provincie di Novara e Pavia, tra Bassa Novarese e Lomellina,
ricadente nei Comuni di Borgolavezzaro (NO) e Nicorvo (PV).
Esistono poi altri meandri, nelle immediate vicinanze ma
totalmente in territorio lombardo, con le stesse caratteristiche e lo stesso
valore naturalistico che meriterebbero altrettanta cura ed attenzione.
Il nostro meandro fu isolato dal corso attivo del torrente, in
seguito ad opere di raddrizzamento dell’alveo realizzate intorno alla metà
degli anni cinquanta.
Il terreno è leggero, sabbioso-argilloso, di origine alluvionale.
Il Laboratorio di Ecologia all’aperto nasce per volontà di Burchvif che, in stretta collaborazione con

Nell’ambito delle azioni intraprese per la salvaguardia della lanca si inserì, nella seconda metà degli anni ottanta, la
presentazione, al Ministero dell’Ambiente, di un progetto di recupero,
ricostruzione ambientale e conservazione.
Appresa, del Ministero, la notizia della positiva valutazione del
progetto, le due organizzazioni si attivarono per dargli pratica attuazione.
La strategia seguita nasceva dal presupposto che solo acquisendo
la proprietà e, quindi, il controllo dei terreni confinanti con la lanca, si sarebbe potuto agire in modo veramente efficace.
Sulla base di questa convinzione è stato realizzato dalla
Federazione Nazionale Pro Natura il primo e più significativo acquisto: l’area
compresa all’interno della lanca, un terreno della
superficie di circa quattro ettari.
In seguito altri terreni sono stati acquisiti all’iniziativa da Burchvif: in momenti diversi altri appezzamenti di terreno
sono andati a costituire una bella fascia ripariale
che oggi coinvolge quasi tutto il perimetro esterno del meandro.
Il bosco planiziale che ora caratterizza
l’intera area, un querco-carpineto, è stato
ricostruito, a decorrere dal 1991, traendo ispirazione dai boschi esistenti
nelle vicinanze: il Bosco di Cusago (MI), il Bosco di
Agognate (NO) ed i boschi del Parco del Ticino piemontese e lombardo.
La vegetazione arborea è costituita da Farnia (Quercus robur), Carpino bianco (Carpinus betulus),
Acero (Acer campestre), Pioppo bianco
(Populus alba) mentre, lungo le rive e nelle
bassure, vi è la dominanza dell’Ontano nero (Alnus glutinosa) e del Salice bianco (Salix alba).
Tra gli arbusti sono stati messi a dimora il Biancospino (Crataegus monogyna) che
è la specie più abbondante; seguono, poi, Prugnoli (Prunus spinosa), Sanguinelli (Cornus sanguinea),
Noccioli (Corylus avellana) ed in numero minore, Berrette
da prete (Euonimus europaeus),
Rose canine (Rosa canina), Frangole (Frangula alnus),
Palloni di maggio (Viburnum opulus),
Sambuchi (Sambucus nigra).
Pregevoli alcuni biancospini parassitati dal Vischio (Viscum album).

Nell’ambito degli studi relativi al progetto sono state avviate
alcune importanti indagini aventi le finalità di verificare le modalità di
affermazione della vegetazione in modo completamente naturale in una serie di
parcelle nelle quali non è stato praticato alcun tipo di lavorazione ma sono
state lasciate alla libera evoluzione. Sono state, inoltre, verificate le
modalità di contenimento e controllo della vegetazione infestante in una serie
di altre parcelle gestite mediante diverse operazioni colturali atte a
contenerne l’eccessivo sviluppo quali la ripetuta fresatura, lo sfalcio, la pacciamatura o la sfibratura.
Quest’ultima, al termine della sperimentazione, si è dimostrata la
tecnica colturale che ha prodotto i migliori risultati.
Anche tra la vegetazione del sottobosco si vanno affermando, dopo
ripetuti, difficili tentativi di reintroduzione, l’Anemone dei boschi (Anemone nemorosa),
La vegetazione che caratterizza la lanca vera e propria è costituita dal Nannufaro (Nuphar luteum) ma non mancano bei tratti a Cannuccia di palude (Phragmites australis) così preziosi per il Tarabuso (Botaurus stellaris), il Tarabusino (Ixobrychus minutus) ed il Cannareccione (Acrocephalus arundinaceus).

L’intera area è stata
suddivisa in 39 parcelle della superficie di circa
Circa un terzo delle stesse
è stata lasciata alla libera evoluzione; qui non è stato praticato alcun tipo
di lavorazione tesa a contenere le infestanti ma sono state verificate,
attraverso rilevamenti a cadenze fisse, le modalità di affermazione della vegetazione
erbacea.
In ognuna delle altre
trenta parcelle sono state messe a dimora, dal 1991, le seguenti specie di
alberi:
n. 4 giovani Farnie;
n. 1 giovane Acero
campestre;
n. 1 giovane Pioppo bianco;
n. 1 giovane Carpino;
Ognuna di queste presenze
arboree è stata circondata, a circa uno, tre metri dalla base ed in modo
asimmetrico da una corona di tre arbusti secondo il seguente criterio:
n. 3 alberi sono stati
circondati da Biancospino, per un totale di 9 piantine:
n. 2 alberi sono stati
circondati da Prugnolo per un totale di 6 piantine
n. 1 albero è stato
circondato da Sanguinello per un totale di tre piantine;
n. 1 albero è stato
circondato da Nocciolo per un totale di tre piantine.
L’esatta collocazione di
ogni pianta è stata riportata su fogli di carta millimetrata.
Sia dopo il primo anno di
vegetazione (1992), sia dopo il secondo (1993) sono state rimpiazzate le fallanze verificatesi.
In una piccola porzione
dell’area erano presenti le ceppaie di pioppi abbattuti dal precedente
proprietario. Esse, espressamente lasciate al loro posto, hanno ricacciato
vigorosamente dando origine ad una decina di individui che ora sono di buone
dimensioni e che sono stati lasciati per ombreggiare il giovane bosco
sottostante e per contribuire a costituire la strato umico.

Sia la sponda che si
affaccia sull’Agogna Morta sia quella che si affaccia sul drizzagno
del torrente erano ricoperte da un ceduo di Robinia; in misura molto minore vi
erano poi Salici bianchi, qualche Ontano, qualche Farnia.
Nella ricostruzione della
vegetazione ripariale si è privilegiato quanto di
pregevole già esisteva: le Robinie sono state sfoltite e sono state rimpiazzate
da Farnie, Salici bianchi, Ontani neri, Pioppi bianchi, Olmi, Biancospini,
Prugnoli, Rose canine, Viburni; il Sambuco nero è cresciuto spontaneamente.
Per favorire la fauna
frugivora sono stati messi a dimora, in un punto “staccato”, alberi da frutto
come il Melo (Malus sylvestris),
il Pero (Pyrus communis),
alcuni ciliegi (Prunus
avium, P. mahaleb, P. padus, P. cerasus), Sorbi (Sorbus domestica, S. aucuparia),
il Castagno (Castanea sativa), il Noce (Juglans regia), alcuni cachi (Dyospiros lotus, D. virginiana, D. kaki), il Nespolo (Mespilus germanica), il Gelso (Morus alba), il Melo cotogno (Cydonia oblonga),
l’Azzeruolo (Crataegus azarolus).

La sperimentazione,
intrapresa a decorrere dal 1991, mirava soprattutto a due obiettivi:
-
la
valutazione, nel tempo, della naturale evoluzione della vegetazione nelle parcelle
intenzionalmente lasciate incolte e specificatamente adibite a questa verifica;
-
la
valutazione dell’efficacia delle varie tecniche di contenimento del
presumibile, rigogliosissimo sviluppo delle erbe infestanti, che normalmente
avviene nei terreni di post-coltura e che avrebbero sicuramente “assalito” le
parcelle rimboschite artificialmente.
I rilevamenti fitosociologici sono stati effettuati secondo la
metodologia della scuola geobotanica di Montpellier ideata dal prof. Josias Braun-Blanquet, il “padre”
della fitosociologia, ed utilizzando la scala di valutazione da lui
originariamente proposta con le modifiche introdotte dal prof. Pignatti.
I rilevamenti sono stati
effettuati il 7 luglio 1992, il 17 luglio 1994 ed il 7 luglio 1996.
Inizialmente sono stati effettuati anche rilevamenti a fine estate, in
settembre, in due annate (1992 e 1993) nella supposizione che la facies autunnale fosse notevolmente
diversa da quella estiva ma il presupposto non si è rivelato esatto e,
pertanto, tali rilevamenti non sono più stati continuati.
Al termine della
sperimentazione si può concludere che, salvo poche o poco significative
variazioni annuali o “ingressi” occasionali, la tendenza evolutiva è stata
quella del progressivo passaggio da comunità dove prevalevano le erbacee
annuali a comunità di erbacee perenni (cespitose o
rizomatose) ben più stabili nel tempo.
A puro titolo di esempio si
sottolinea il fatto che la vigorosa Artemisia
vulgaris, annuale, è stata ben presto e
totalmente soppiantata dalla vigorosissima, rizomatosa, perenne, Artemisia verlotorum.
Così pure sono sparite quasi totalmente le graminacee annuali a tutto favore,
per esempio, delle perennanti Agrostis stolonifera ed Agropyrum repens. Mentre, nel periodo temporale preso in
considerazione, non si è verificata la comparsa, prevista come ipotesi di
lavoro, del cespuglio pioniere Cornus sanguinea.
Per quanto concerne il
secondo punto la risposta agli interrogativi che ci eravamo posti è stata ben
presto assai più chiara.
Da escludere, per la sua “antiecologicità”, la tecnica che prevedeva le ripetute
fresature del terreno con macchina operatrice. Infatti, così agendo, si ha un
continuo ringiovanimento dello strato più superficiale del terreno e la sua
evoluzione pedologica è, di fatto, impedita.
La tecnica di pacciamatura
con cascami vegetali vari reperiti in loco come la lolla e la paglia di riso,
oltre agli stessi sfalci dell’erba, aveva dato, con
un efficace contenimento della compagine infestante, un ottimo risultato con la
lenta ma graduale umificazione di questa lettiera artificiale sempre più
integrata nella lettiera naturale prodotta dagli alberi e dagli arbusti messi a
dimora.
Unico inconveniente, ma
determinante, la vitalità delle erbacee che si volevano contenere che si è
dimostrata così prepotente da riuscire a superare, intorno ai mesi di luglio ed
agosto, lo strato pacciamante, dello spessore medio di 25,
La terza ed ultima forma di
sperimentazione preventivata, è cioè la tecnica di inerbimento
con una semina di graminacee prative e di Trifoglio Ladino da sottoporre a due,
tre sfalci annuali ha dato i risultati più
convincenti.
Allo sfalcio
si è preferito, in seguito, sostituire l’uso di una sfibratrice che produce un
lavoro di migliore qualità ed in tempi più brevi.
Questa tecnica si è
dimostrata anche in seguito, con lo sviluppo delle piante, la soluzione
migliore. L’avanzata delle fronde ombreggia ora ed in modo sempre maggiore le
superfici prative, che divenute polifite, stanno
sempre più evolvendo verso forme vicine al sottobosco di tipo nemorale.

L’Agogna Morta ha ottenuto, per la parte piemontese, l’ambito
riconoscimento di S.I.C.
La definizione Sito di Importanza Comunitaria, abbreviata S.I.C., è usata per definire un’area che contribuisce in
modo significativo a mantenere o ripristinare una delle tipologie di habitat
definite nell’All. I della Direttiva Comunitaria n. 43 del 21 maggio 1992 o a
mantenere in una stato di conservazione soddisfacente una delle specie definite
nell’All. II della stessa direttiva oppure è un’area che contribuisce in modo
significativo al mantenimento della biodiversità della regione in cui si trova.
Questa Direttiva Comunitaria, nota anche come Direttiva Habitat e recepita in Italia nel 1997, prevede i S.I.C. all’interno della costituzione della “Rete Natura
Secondo quanto stabilito dalla direttiva ogni stato membro
dell’Unione Europea deve redigere un elenco di siti nei quali si trovano gli
habitat naturali e le specie animali e vegetali che necessita tutelare.
A farle meritare questa
definizione è la presenza di specie animali di particolare valore conservazionistico. Basti ricordare quella, (non solo
all’interno del Sic, ma anche nelle sue vicinanze che sono caratterizzate dalla
massiccia presenza delle risaie), di ben nove specie di ardeidi
(Airone cenerino Ardea cinerea, Airone rosso Ardea purpurea, Airone bianco maggiore Egretta alba, Airone guardabuoi Bubulcus ibis, Tarabuso Botaurus stellaris, Tarabusino
Ixobrychus minutus, Nitticora Nycticorax nycticorax, Garzetta Egretta garzetta, Sgarza ciuffetto Ardeola ralloides) oppure citare, sempre tra le
specie presenti, l’Averla piccola (Lanius collurio) e il Succiacapre (Caprimulgus europaeus) o il Martin pescatore e, tra
i lepidotteri,

.
Per quanto riguarda alberi
ed arbusti occorre precisare che molte specie sono preesistenti all’avvio del
progetto mentre altre, in numero molto maggiore, sono state messe a dimora in
conseguenza della pratica realizzazione del progetto stesso.
Per quanto riguarda le
piante erbacee della bordura interna e dell’acqua, così come per quelle del
sottobosco, sono state indicate le più significative sotto l’aspetto ecologico
e le più caratterizzanti del luogo.
Si precisa, infine, che
alberi ed arbusti non appartenenti alla vegetazione autoctona presenti in
elenco, che hanno la caratteristica comune di produrre frutti appetiti da
uccelli e mammiferi, sono stati messi a dimora in un punto “staccato” e ben
individuato al solo fine di favorire la citata fauna.
ACERO CAMPESTRE Acer
campestre
AMARENA Prunus cerasus
BAGOLARO Celtis australis
CACHI Diospiros lotus, D. Kaki,
D. virginiana
CARPINO BIANCO Carpinus betulus
CASTAGNO Castanea sativa
CIAVARDELLO Sorbus torminalis
CILIEGIO CANINO Prunus mahaleb
CILIEGIO SELVATICO Prunus avium
CILIEGIO A GRAPPOLI, PADO Prunus padus
FARNIA Quercus robur
FRASSINO COMUNE Fraxinus excelsior
FRASSINO MERIDIONALE Fraxinus oxyphylla
GELSI Morus alba, M. nigra
MELO SELVATICO Malus sylvestris
NOCE Juglans regia
OLMI Ulmus minor, U. sibirica
ONTANO NERO Alnus glutinosa
ORNIELLO Fraxinus ornus
PERO SELVATICO Pyrus pyraster
PIOPPO BIANCO Populus alba
PIOPPO NERO Populus nigra
PIOPPO TREMULO Populus tremula
ROBINIA Robinia pseudoacacia
SALICE BIANCO Salix alba
SORBO DEGLI UCCELLATORI Sorbus aucuparia
SORBO DOMESTICO Sorbus aria
TIGLIO Tilia platiphillos
AZZERUOLO Crataegus azarolus
BERRETTA DA PRETE Euonymus europaeus
BIANCOSPINO Crataegus oxyacantha, C. monogyna
CORNIOLO Cornus mas
CRESPINO Berberis vulgaris
FRANGOLA Frangula alnus
LIGUSTRO Ligustrum vulgare
MELO COTOGNO Cydonia oblonga
NESPOLO Mespilus germanica
NOCCIOLO Corylus avellana
PALLON DI MAGGIO Viburnum opulus
PRUGNOLO Prunus spinosa
ROSA SELVATICA Rosa canina,
R. gallica, R. arvensis
SALICONE Salix caprea
SANGUINELLO Cornus sanguinea
SPIN CERVINO Rhamnus cathartica
SAMBUCO NERO Sambucus nigra
CANNUCCIA DI PALUDE Phragmites australis
CARICE DELLE RIPE Carex riparia
CERATOFILLO Ceratophyllum demersum
GIUNCO COMUNE Juncus effusus
GIUNCO FIORITO Butomus umbellatus
IRIS GIALLO Iris pseudacorus
IRIS SIBERIANO Iris sibirica
MAZZASORDA Tipha latifolia
MILLEFOGLIE D’ACQUA Miriophillum spicatum
NANNUFARO Nuphar luteum
SAGITTARIA Sagittaria sagittifolia
SALCERELLA Lytrum salicaria
STIANCIA Sparganium erectum
ANEMONE DEI BOSCHI Anemone nemorosa
COLOMBINA Corydalis cava
DENTE DI CANE Erythronium dens-canis
PERVINCA Vinca minor
POLMONARIA Pulmonaria officinalis
SCILLA A DUE FOGLIE Scilla bifolia
SIGILLO DI SALOMONE Polygonatum multiflorum, P. odoratum
FELCE FLORIDA Osmunda regalis
FELCE MASCHIO Dryopteris filix-mas
FELCE FEMMINA Athyrium filix foemina
FELCE PALUSTRE Thelypteris palustris
FELCE PENNA DI STRUZZO Matteuccia struthiopteris
Le specie di mammiferi la cui
presenza è stata accertata all’Agogna Morta sono circa una quindicina ma, assai
verosimilmente, ve n’è qualcuna in più. Soprattutto il campo dei micromammiferi roditori (arvicole dei prati e topi
selvatici) e dei chirotteri meriterebbe di essere indagato ulteriormente. Manca
anche la conferma della probabile presenza della Faina (Martes foina).
L’ultimo arrivato in ordine
di tempo, e precisamente nel 1996, è il Silvilago o Minilepre (Sylvilagus floridanus).
E’ un leporide di origine americana che, come
Un aspetto positivo legato
alla presenza di questa specie è quello di essere gradito ad alcuni predatori
residenti nell’oasi tra cui sono da annoverare
Una specie che qui è
comparsa di recente, per la precisione nel 1995, è
E’ un roditore di grosse
dimensioni, di origine sudamericana, che rappresenta un caso emblematico di
introduzione di specie alloctone con conseguenze di qualche gravità, peraltro
non ancora totalmente note, per gli ecosistemi locali.
Importata in Italia intorno
agli anni venti e meglio conosciuta con il nome di “castorino” è stata allevata
per anni come animale da pelliccia.
Il momento della immissione
in natura di questa specie è da far risalire agli anni in cui il mercato delle
pellicce entrò in crisi ed i guadagni per gli allevatori precipitarono.
Liberata dalla cattività si
insediò in pianta stabile e si naturalizzò avviando una colonizzazione che
sembra non incontrare ostacoli, trovando un habitat favorevole nelle acque
ferme o lente di rogge e canali nostrani, ricche di vegetazione ma prive dei
temibili predatori come caimani, anaconde e piranha
che erano invece presenti nei suoi luoghi d’origine.
La nutria è un animale
assolutamente vegetariano ma il suo impatto con gli ecosistemi con cui è venuta
in contatto non si limitano alla vegetazione acquatica ma si estende, forse con
altrettanta gravità, all’avifauna acquatica.
Gli effetti più evidenti si
rilevano sulla Ninfea bianca, sul Nannufaro, sulla
Tifa, sulla Cannuccia di palude e sulla vegetazione ripariale
in genere. Non vengono risparmiate le legnose come Salici bianchi e Saliconi di
cui viene rosa la tenera corteccia.
Le specie avicole autoctone
più legate all’acqua ed alla sua vegetazione caratteristica sono quelle che
pagano il prezzo maggiore sia perché vengono alterati gli habitat di Gallinelle d’acqua, di Svassi, di Tuffetti, del
Tarabuso, del Tarabusino, del Cannareccione…
sia perché il roditore opera una vera e propria azione di disturbo a carico
delle nidiate di questa avifauna.
Anche qui all’Agogna Morta
si è reso necessario mantenere la popolazione della prolifica Nutria a livelli
il più possibile ridotti per consentire la sopravvivenza delle popolazioni
faunistiche e floristiche indigene. Questo è l’obiettivo che ci si è posti
quando anche Burchvif ha aderito al progetto di “denutrizzazione” intrapreso dalla Provincia di Novara.

Gli ambienti presenti nel luogo dove si colloca questa Isola di Natura rappresentano frazioni
di territorio naturale frammentati in un mosaico fortemente manomesso
dall’uomo. Per questo motivo le aree naturali come quella dell’Agogna Morta
risultano essere siti di particolare importanza sia per molte specie
nidificanti, scomparse dalla circostante pianura antropizzata, sia per le
specie migratrici.
La migrazione, infatti, procede per soste e tragitti e la mancanza
di ambienti idonei ad ospitare gli individui di passo può impedir loro di
sopravvivere al viaggio decretando la morte dell’individuo ed il rischio di
estinzione per la popolazione in transito lungo quelle rotte. La medesima
importanza è attribuibile al ruolo di dette zone come luoghi di svernamento che
permettono il sostentamento durante i mesi invernali delle popolazioni
nidificanti altrove.


Così come per i mammiferi e
gli uccelli e come si farà in seguito per i pesci, anche per anfibi e rettili
vengono elencate le specie di cui si è accertata la presenza tramite
l’osservazione diretta e le osservazioni pervenute da fonti attendibili.
Si può quindi affermare che
la fauna erpetologica dell’Agogna Morta è composta da
tre specie di anfibi e quattro di rettili. Con tutta probabilità è presente
anche l’Orbettino (Anguis fragilis)
che, però, è sfuggito sino ad ora all’osservazione.
Merita, poi, di essere
menzionata

In questo secolo un
notevole numero di specie ittiche esotiche è stato introdotto nei corsi d’acqua
italiani. Basti ricordare il Pesce gatto (Ictalurus melas), il Persico trota (Micropterus salmoides),
Alcune di queste specie si
trovano anche all’Agogna Morta che, avendole accolte con un ambiente adatto
alle loro esigenze ecologiche, gli ha consentito di affermarsi in modo
definitivo.
Gli esempi più
caratteristici sono quelli del Persico trota, del Persico sole e del Cobite di
stagno orientale per citare alcune specie che si riproducono regolarmente e che
sono quindi da considerare “acclimatate”. La carpa, poi, è un caso a sé essendo
presente nelle acque italiane da secoli, forse introdottavi addirittura in
epoca romana.
Vi sono infine le specie
autoctone, “padrone di casa”, che hanno saputo adattarsi sia alle modificazioni
intervenute sull’ambiente come l’interramento ed il restringimento dell’alveo
ed il mutare della qualità dell’acqua sia alle turbative indotte dalle specie
esotiche che certamente hanno determinato l’instaurarsi di nuovi rapporti di
competizione e di predazione.

Ad una osservazione macroscopica viene generalmente sottovalutata
l’importanza della presenza di piccole porzioni di territorio simili a questa:
si tratta, però di un indispensabile lembo di territorio strappato alla
monocoltura del riso, che può essere l'ultimo baluardo difensivo in particolar
modo per gli invertebrati, cioè per quei piccoli organismi, dai protozoi agli
insetti, che sono alla base delle catene trofiche e delle catene del detrito.
Questi organismi oltre a far rientrare subito in circolazione
nell’ecosistema tutta la sostanza organica prodotta, come ed insieme ai funghi
appena citati, contribuiscono al mantenimento di popolazioni vitali non solo
degli invertebrati stessi ma anche degli altri organismi più vistosi quali
anfibi, rettili, uccelli e mammiferi.
Dal punto di vista della biodiversità, riferendoci solamente
all’Italia, gli invertebrati sono presenti con oltre 50.000 specie; ai
mammiferi ne appartengono 118, agli uccelli meno di 500, ai rettili 58 e gli
anfibi solamente 38.
Nella gestione e conservazione ambientale si tende spesso a
scegliere tra le poche specie di vertebrati le specie focali su cui
intervenire. Questo avviene sia perché le necessità ecologiche dei vertebrati
sono meglio conosciute, viste le maggiori dimensioni ed il loro “fascino”, sia
perché il maggior impatto di animali carismatici sul grande pubblico fa si che
nessuno si opponga, in genere, anche all’uso di fondi pubblici per interventi
naturalistici.
In ambiti ristretti come alla scala del SIC dell’Agogna Morta, il
riferimento a grandi animali può essere fuorviante in quanto la loro assenza
non può essere certamente considerata indice di bassa qualità.
L’analisi deve quindi spostarsi a livelli dimensionali minori
coinvolgendo così, invece di singole specie, intere comunità di specie che
possono dare anche un maggior numero di informazioni sulla qualità ambientale.
Sempre più spesso si tende a fare riferimento alle comunità di alcune famiglie
di coleotteri quali i carabidi o i lepidotteri, dalle
caratteristiche ecologiche note e presenti spesso, anche in ambiti limitati,
con un gran numero di individui appartenenti a decine di specie.

Nella seconda metà di maggio compare nella
nostra oasi una delle farfalle più prestigiose; si tratta di Lycaena dispar,
Questa piccola e stupenda farfalla è
specie tipica delle aree umide di pianura.
I maschi hanno ali di un brillante colore
rosso aranciato iridescente con bordure marginali nere. Le femmine, più grandi,
hanno le parti superiori delle ali anteriori rosse, senza riflessi cangianti e
con una serie di macchie nere ed hanno bordure marginali nere più larghe che
nei maschi; le parti superiori delle ali posteriori sono nere con una larga
fascia arancione submarginale.
Nel Basso Novarese essa viveva un tempo
numerosa perché l’ambiente presentava caratteristiche corrispondenti al suo habitat d’elezione.
In seguito, con l’affermarsi della
monocoltura risicola e la trasformazione dei prati polifiti,
ricchi di piante nutrici del genere Rumex, in risaie,
è andato scomparendo un aspetto essenziale per il benessere della specie.
Paradossalmente, tuttavia, le stesse
risaie con la loro trama di rogge, canali, fossi e colatori ricchi di
vegetazione ripariale sono rimasti ambienti
favorevole allo sviluppo delle piante nutrici e pertanto, nonostante l’abbandono del loro utilizzo per
la produzione di foraggio per il bestiame e con la cessazione di sfalci regolari, Lycaena dispar ha potuto sopravvivere in buon numero.
A tale proposito è interessante segnalare
la quantità veramente notevole di individui in volo al Campo del Munton nella seconda metà di maggio del 2006: decine di
individui in volo o posati sono stati contati nell’area che l’associazione ha
rimboschito a decorrere dal 2003.
Gli alberi e gli arbusti messi a dimora
non superavano, in media, i 150/200 cm. e tutta la superficie era coperta da
vegetazione erbacea in cui Rumex era presente in grande quantità.
Anche l’ambiente di risaia sta subendo
alterazioni notevoli a causa dell’impiego massiccio, talora smodato, di
diserbanti e pesticidi. Questi trattamenti agiscono direttamente sia su Rumex che su Lycaena dispar.
L’azione intrapresa da Burchvif
di creare ambienti adatti in tutte e quattro le Isole di Natura. mediante la gestione di
radure sfalciate in tempi alterni per consentire ad
adulti e larve di avere sempre a disposizione sufficienti fioritura e piante
nutrici, crediamo contribuisca a fornire alla specie residui ma sicuri luoghi
in cui sopravvivere.

I funghi assumono anche qui
all’Agogna Morta, come nell’ecologia di ogni area boscata,
un ruolo di grande importanza.
Con condizioni climatiche
favorevoli è possibile osservarvi esemplari appartenenti a tutte e tre le
grandi categorie in cui si possono ordinare i funghi superiori in relazione al
substrato animale o vegetale di cui si nutrono: dai parassiti che crescono a spese
di organismi viventi, ai saprofiti che si nutrono di detriti organici, ai micorizzici che vivono in simbiosi con le piante
procurando, con questa convivenza, reciproci benefici.
In questa fase evolutiva
del ricostruito bosco dell’Agogna Morta i protagonisti sono soprattutto funghi
saprofiti, rinvenibili nell’area nel maggior numero di specie.

La loro presenza,
attraverso la degradazione della lettiera e dei resti legnosi marcescenti,
contribuisce alla formazione di prezioso humus e rende un grosso contributo
alla rinaturalizzazione dell’ambiente assicurando il ripetersi del ciclo
biologico.
Poiché il bosco è ancora
giovane e sono rare le piante malate o deperienti, la
presenza dei funghi parassiti, quali Pleurotus ostreatus e Armillaria mellea, è riscontrabile quasi esclusivamente a carico
dei vecchi Salici bianchi presenti lungo il corso attivo dell’Agogna e sulle
ceppaie di Robinia in lentissima disgregazione lungo la lanca.
Le specie simbionti sono in espansione: gli esemplari che possono
essere osservati appartengono prevalentemente ai generi Amanita (A. phalloides, rubescens, pantherina) e Xerocomus ma
non mancano il genere Russola con le specie parazurea, pectinatoides,
delica, rosea e, da quattro o cinque anni anche Boletus, segnatamente B. chrysentheron, rubellus,
pulverulentus e duriusculum.
Le specie appartenenti ai citati generi legano la loro presenza non solo ad
alcune grandi querce preesistenti all’avvio del progetto, come accaduto per i
primi dieci, dodici anni, ma anche alla vegetazione arbustiva ed arborea del
giovane impianto.

Tutti i Lunedì di Pasqua viene organizzata nell’oasi la
manifestazione che propone la visita alla lanca e la
grigliata di mezzogiorno, un’occasione che permette di ritrovarsi con soci e
amici nello splendido scenario dell’Agogna Morta

13 aprile 2009- un momento della visita alla lanca

13 aprile 2009- amici e soci riuniti a
gustare la grigliata di mezzogiorno

Ore 12.00 il pranzo è servito !!!!
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